* Malattie dell'Apparato Respiratorio e Allergologia, Dipartimento di Medicina Interna, Università di Genova, Genova ** Unità ad Alta Specializzazione in Allergologia ed Immunologia Clinica, Unità Operativa di Medicina Interna, Dipartimento di Scienze Mediche, Ospedale Sant'Orsola - Fatebenefratelli, Brescia *** Servizio di Allergologia Respiratoria, Dipartimento di Malattie Respiratorie e Allergiche, Ospedale Torrette, Ancona
Introduzione
La crescita esponenziale delle malattie allergiche ha suggerito ad alcuni Autori il termine di "epidemia allergica" per definire il fenomeno (1). Studi epidemiologici indicano una prevalenza nel Mondo occidentale di allergopatie nel 20-30% nella popolazione generale (2-4). Tuttavia il numero degli allergici può aumentare artificiosamente per l'uso improprio (anche da parte dei medici) del termine "allergico", che porta a classificare come allergici anche gli effetti indesiderati dei farmaci, le reazioni tossiche ad alimenti o quelle ad agenti irritanti. Un'ulteriore sovrastima viene dall' attribuzione della patogenesi allergica a svariate patologie (emicrania, colon irritabile, orticaria cronica, sindrome della fatica cronica, sindrome ipercinetica del bambino, artriti siero-negative, otite sierosa, malattia di Chron), anche se non esistono evidenze scientifiche in proposito (5). Tutto questo ha contribuito a creare la diffusa opinione che l'allergia alimentare possa essere il "camaleonte della medicina", in grado di spiegare patologie estremamente diversificate e che ancora non hanno trovato una sicura collocazione nosografica. L'esistenza di un'imbarazzante distanza fra il sospetto clinico-anamnestico e la sicura conferma diagnostica con test di scatenamento in doppio cieco vs placebo (DBPCFC), considerato il test diagnostico più sicuro, è documentata da due ampi studi europei, il primo olandese ed il secondo danese (Tab.1) (6-7).
Tabella 1. Prevalenza delle reazioni avverse a cibi
Prevalenza su base anamnestica
Confermata al DBPCFC
D. Altman, L.T. Chiaramonte (1994) 1483 soggetti
12,4 %
0,8 %
JO'B. Hourihane (1994) 7500 soggetti
19,9 %
1,8 %
Si può razionalmente individuare nella scarsa disponibilità di estratti commerciali standardizzati e nell'uso di tecniche non sufficientemente standardizzate come il prick by prick con alimento fresco (8) la causa di alcune false negatività. Inoltre, per spiegare questa discrepanza si possono anche ipotizzare modelli patogenetici immunologici diversi da quello reaginico in alcune reazioni ad alimenti (9), ma certamente l'analisi di questi numeri induce una profonda riflessione circa i precisi confini dell'allergia alimentare. Ulteriore elemento di confusione diagnostica è rappresentato dal sempre più frequente ricorso da parte dei pazienti a test "alternativi" che si propongono di identificare con metodiche diverse dalle tradizionali i cibi responsabili di allergie o "intolleranze" alimentari. Quest'ultimo termine, nella sua accezione più rigorosa, vuole indicare ogni reazione avversa riproducibile conseguente all'ingestione di un alimento o ad alcuna delle sue componenti (proteine, carboidrati, grassi, conservanti). La definizione quindi comprende reazioni tossiche, metaboliche e allergiche (10). Purtroppo il termine è sempre più frequentemente interpretato in senso generico anche ad indicare un'avversione psicologica nei confronti di questo o quel cibo. Scopo di questa breve rassegna vuole essere un'analisi del razionale e della documentazione scientifica dei numerosi test che sono oggi proposti dalla Medicina Complementare.