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G. Senna, G. Passalacqua*, C. Lombardi**, L. Antonicelli***
Unità Operativa di Allergologia
Ospedale Civile Maggiore di Verona
* Malattie dell'Apparato Respiratorio e Allergologia,
Dipartimento di Medicina Interna, Università di Genova, Genova
** Unità ad Alta Specializzazione in Allergologia ed Immunologia
Clinica, Unità Operativa di Medicina Interna, Dipartimento
di Scienze Mediche, Ospedale Sant'Orsola - Fatebenefratelli, Brescia
*** Servizio di Allergologia Respiratoria, Dipartimento di Malattie
Respiratorie e Allergiche, Ospedale Torrette, Ancona
Introduzione
La
crescita esponenziale delle malattie allergiche ha suggerito ad
alcuni Autori il termine di "epidemia allergica" per definire
il fenomeno (1). Studi epidemiologici indicano una prevalenza nel
Mondo occidentale di allergopatie nel 20-30% nella popolazione generale
(2-4).
Tuttavia il numero degli allergici può aumentare artificiosamente
per l'uso improprio (anche da parte dei medici) del termine "allergico",
che porta a classificare come allergici anche gli effetti indesiderati
dei farmaci, le reazioni tossiche ad alimenti o quelle ad agenti
irritanti. Un'ulteriore sovrastima viene dall' attribuzione della
patogenesi allergica a svariate patologie (emicrania, colon irritabile,
orticaria cronica, sindrome della fatica cronica, sindrome ipercinetica
del bambino, artriti siero-negative, otite sierosa, malattia di
Chron), anche se non esistono evidenze scientifiche in proposito
(5). Tutto questo ha contribuito a creare la diffusa opinione che
l'allergia alimentare possa essere il "camaleonte della medicina",
in grado di spiegare patologie estremamente diversificate e che
ancora non hanno trovato una sicura collocazione nosografica.
L'esistenza di un'imbarazzante distanza fra il sospetto clinico-anamnestico
e la sicura conferma diagnostica con test di scatenamento in doppio
cieco vs placebo (DBPCFC), considerato il test diagnostico più
sicuro, è documentata da due ampi studi europei, il primo
olandese ed il secondo danese (Tab.1) (6-7).
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Prevalenza su base anamnestica |
Confermata al DBPCFC |
D. Altman, L.T. Chiaramonte (1994)
1483 soggetti |
12,4 % |
0,8 % |
JO'B. Hourihane (1994)
7500 soggetti |
19,9 % |
1,8 % |
Tabella 1. Prevalenza delle reazioni avverse a
cibi
Si
può razionalmente individuare nella scarsa disponibilità
di estratti commerciali standardizzati e nell'uso di tecniche non
sufficientemente standardizzate come il prick by prick con alimento
fresco (8) la causa di alcune false negatività. Inoltre,
per spiegare questa discrepanza si possono anche ipotizzare modelli
patogenetici immunologici diversi da quello reaginico in alcune
reazioni ad alimenti (9), ma certamente l'analisi di questi numeri
induce una profonda riflessione circa i precisi confini dell'allergia
alimentare. Ulteriore elemento di confusione diagnostica è
rappresentato dal sempre più frequente ricorso da parte dei
pazienti a test "alternativi" che si propongono di identificare
con metodiche diverse dalle tradizionali i cibi responsabili di
allergie o "intolleranze" alimentari.
Quest'ultimo termine, nella sua accezione più rigorosa, vuole
indicare ogni reazione avversa riproducibile conseguente all'ingestione
di un alimento o ad alcuna delle sue componenti (proteine, carboidrati,
grassi, conservanti). La definizione quindi comprende reazioni tossiche,
metaboliche e allergiche (10). Purtroppo il termine è sempre
più frequentemente interpretato in senso generico anche ad
indicare un'avversione psicologica nei confronti di questo o quel
cibo.
Scopo di questa breve rassegna vuole essere un'analisi del razionale
e della documentazione scientifica dei numerosi test che sono oggi
proposti dalla Medicina Complementare.
Test citotossico (o test di Bryan)
Razionale
Proposto per la prima volta nel 1956, e quindi cronologicamente
prima della scoperta delle IgE, questo test si basa sul principio
che l'aggiunta in vitro di uno specifico allergene al sangue intero
o a sospensioni leucocitarie comporti una serie di modificazioni
morfologiche nelle cellule fino alla loro citolisi (11-12). Nel
test viene fornita una scala semiquantitativa che ha nella lisi
cellulare l'alterazione più significativa. In tempi più
recenti è stata anche proposta una versione automatizzata
del test, che si basa sul principio dei coulter-counter (ALCAT).
Evidenze
scientifiche
Franklin e Lowell (13) documentarono in soggetti allergici all'ambrosia
l'assenza di significative differenze morfologiche nei globuli bianchi
quando posti in provette a contatto con estratto di ambrosia o con
soluzione salina.
Chambers e coll. (14) in soggetti polisensibilizzati non evidenziarono
significative differenze nei globuli bianchi se posti a contatto
con allergeni cui tali soggetti erano o meno sensibilizzati.
Lieberman e coll. in uno studio controllato (15) volto a valutare
l'effetto citotossico di alcuni allergeni su globuli bianchi posti
in sospensione nel plasma non identificarono alcuna correlazione
fra risultati del test e reazioni allergiche a cibi o con reazioni
indesiderate nei confronti degli stessi (emicrania, diarrea, astenia);
inoltre il test non era riproducibile dal momento che si ottenevano
risultati diversi per una stessa persona se saggiata in momenti
successivi.
Benson e Arkins (16) in uno studio controllato in doppio cieco hanno
identificato un elevato numero di risultati falsamente positivi
e negativi che tolgono al test citotossico qualsiasi validità
clinica. Questi risultati sono confermati da altri studi in doppio
cieco effettuati da Lehman (17) e da Stein (18). Anche la metodica
automatizzata ha dato luogo a risultati piuttosto controversi (19-21).
Le modificazioni morfologiche o delle dimensioni dei leucociti,
sono verosimilmente da imputarsi a variazioni di pH, temperatura,
osmolarità e tempo di incubazione (22-23).
Alla luce di queste evidenze sperimentali l'American Academy of
Allergy ha concluso che il test non è affidabile nella diagnostica
allergologica e per questo test non è prevista negli Stati
Uniti la rimborsabilità (24).
Test di provocazione neutralizzazione (intradermico)
Razionale
Può essere definita una tecnica sia diagnostica che terapeutica.
Si basa sulla somministrazione per via intradermica dell'allergene
o di altre sostanze e sulla successiva osservazione del paziente
per un periodo variabile da 10' a 12' per valutare la comparsa di
qualsiasi tipo di sintomatologia. Non ci sono limiti circa numero,
gravità e tipologia di sintomi provocati. Questo test differisce
profondamente dal test di provocazione specifico con allergene,
che fa parte del bagaglio diagnostico dell'allergologia tradizionale
e che trova la sua indicazione nell'accertare il ruolo eziologico
di un singolo allergene in un quadro generalmente di polisensibilizzazione.
Infatti nel test di provocazione specifico (congiuntivale, nasale
e bronchiale) alla somministrazione topica dell'allergene segue
un monitoraggio sintomatologico e funzionale che valorizza solo
i parametri compatibili con una patogenesi reaginica. Inoltre viene
testato un estratto standardizzato la cui concentrazione è
incrementata progressivamente fino all'identificazione della dose
"provocativa" in grado cioè evocare la comparsa
di una sintomatologia allergica o di determinare una significativa
riduzione di parametri funzionali (spirometrici o rinomanometrici)
rispetto ai valori basali. In questa metodica "alternativa"
invece il tipo di allergene testato non è quello suggerito
dalla storia clinica e il test viene considerato positivo quando
il paziente avverte qualsiasi tipo di sintomo (25). Il test non
è standardizzato ed è completamente affidato alla
libera interpretazione dell'esecutore. Una sintomatologia aspecifica,
modesta che non correla col possibile meccanismo patogenetico è
ugualmente considerata una risposta positiva. Inoltre, non vengono
utilizzati controlli negativi , ed il termine di 10' come tempo
di osservazione è del tutto arbitrario (26). La seconda fase
della neutralizzazione consiste in una successiva somministrazione
dell'allergene, immediatamente dopo la comparsa di una positività
del test. In questo caso si somministra un dosaggio inferiore o
superiore della stessa sostanza che ha determinato la reazione nell'intento
di neutralizzarla. Si tratta pertanto di un secondo test di scatenamento
a dosaggio inferiore o maggiore del primo. Coloro che hanno proposto
il test hanno suggerito scenari patogenetici molto poco probabili
caratterizzati dall'istantanea formazione di anticorpi o dalla dissoluzione
di complessi immuni (25-27).
Evidenze
scientifiche
La letteratura relativa a questo test è solo descrittiva
e l'efficacia viene supportata da case reports. Miller (28) segnala
un favorevole risultato con questa tipologia di test effettuando
iniezioni sottocutanee di alimenti a 8 soggetti in uno studio controllato.
La prima critica a questo studio viene da un ventaglio di sintomi
che mal si accorda con la singola reazione ad un alimento, mentre
l'analisi dei risultati è scarsamente supportata dal punto
di vista statistico. Peraltro uno studio condotto in doppio cieco
da Crawford e coll. su una più ampia casistica (61 soggetti)
con 5 alimenti comuni non ha confermato la validità e la
riproducibilità del test (29). Bronski e coll. hanno valutato
una serie di parametri (frequenza cardiaca, monitoraggio del picco
di flusso, fluttuazioni della conta leucocitaria, ECG) in 20 bambini
asmatici e non hanno trovato alcun tipo di correlazione con questo
tipo di metodica (30). Draper ha valutato la correlazione fra il
risultato del test di provocazione e l'ingestione dell'alimento
saggiato per via intradermica in 121 soggetti ed ha evidenziato
che nel 38% dei casi la positività del test non era confermata
dalla successiva ingestione dell'alimento. Questo Autore suggerisce
pertanto la necessità di integrare il test con l'ingestione
dell'alimento risultato positivo (31). Kailin e Collier hanno valutato
in doppio cieco l'effetto positivo della neutralizzazione trattando
con estratto acquoso di alimento e soluzione salina soggetti che
avevano precedentemente risposto positivamente alla neutralizzazione.
I trattamenti attivi sono stati correttamente identificati nel 70.6%
dei casi, ma la soluzione salina è stata considerata come
trattamento attivo nel 70%, escludendo pertanto ogni differenza
dal placebo (32). Da non trascurare è la potenziale pericolosità
del test, che ha scatenato un episodio di anafilassi in un soggetto
affetto da mastocitosi (33).
Test di provocazione neutralizzazione (sublinguale)
L'introduzione della somministrazione sublinguale dell'allergene
fu proposta per la prima volta da Hansel nel 1944, nella diagnostica
delle reazioni indotte da cibi sia respiratorie che gastrointestinali
e sistemiche (34). Attualmente
la tecnica consiste nel porre a livello sublinguale tre gocce di
un estratto allergenico acquoso o glicerinato (1/100 peso/volume)
e, come per la provocazione intradermica, nella valutazione di eventuali
reazioni che compaiono entro un tempo massimo di 10' (35). Quando
l'esaminatore ritiene di essere in presenza di una risposta positiva,
somministra al paziente una dose di neutralizzazione di una soluzione
diluita (es. 1/300.000 peso/volume) dello stesso estratto utilizzato
nella provocazione. La sintomatologia scatenata dalla provocazione
dovrebbe regredire con un tempo di latenza analogo a quello della
fase di scatenamento. In Italia si è sviluppato un test che
si ispira sia a questa metodica che alla kinesiologia applicata
(trattata successivamente), chiamato DRIA-test e proposto dall'Associazione
di Ricerca Intolleranze Alimentari. In questa variante del test
la somministrazione sublinguale dell'allergene è seguita
da una valutazione della forza muscolare per mezzo di un ergometro.
Il test è considerato positivo quando compare una riduzione
della forza muscolare entro 4' dall'apposizione sublinguale dell'estratto.
Evidenze
sperimentali
Casi aneddotici sostengono l'efficacia della somministrazione
sublinguale nella diagnosi e nel trattamento dell'allergia alimentare
(34-37). Tuttavia questi studi non sono controllati e il miglioramento
clinico non è suffragato da oggettivi dati scientifici. Studi
controllati sono stati invece effettuati da altri gruppi. In particolare
il Food Allergy Committee dell'American College of Allergists ha
valutato consecutivamente per due anni, nel 1973 e nel 1974 l'uso
di questo test giungendo alla conclusione che non è in grado
di discriminare l'estratto alimentare dal placebo (38-39). In seguito
a questi risultati il Comitato sconsiglia l'uso di questa metodica
nella diagnostica dell'allergia alimentare. In un'altra indagine
Kailin ha valutato l'efficacia del test di provocazione sublinguale
effettuato da 5 diversi operatori che utilizzavano la metodica da
almeno 7 anni e che potevano riesaminare soggetti noti con allergia
alimentare nota, inseriti però in uno schema in doppio-cieco.
Anche in questo caso non si è riusciti a discriminare l'estratto
attivo dal placebo (40). Questi dati sono stati ulteriormente confermati
di recente da Lehman (41). Altre revisioni dell'argomento che provengono
da fonti autorevoli escludono qualsiasi utilità del test
(42-44). Più recentemente un Position Paper dell'American
College of Physicians ha esaminato 91 studi selezionandone 15. Di
questi, 8 davano risultati favorevoli e 7 negativi. L'assenza di
univocità di risultati era da imputarsi, secondo gli Autori
della revisione, alla scarsa attendibilità scientifica di
tutti gli studi esaminati, per la mancanza di gruppi di controllo,
di randomizzazione della casistica, di standardizzazione delle procedure
(45). Un ulteriore studio, altamente apprezzato dai sostenitori
di questa metodica perché favorevole, mostra decisive carenze
strutturali (46). E' interessante notare che quando la provocazione/neutralizzazione
viene valutata da medici non ecologisti clinici i pazienti non distinguono
l'attivo dal placebo (47).
Kinesiologia applicata
Proposta prevalentemente da osteopati e chiropratici questa diagnostica
dell'allergia alimentare si basa su una soggettiva misurazione della
forza muscolare. Il paziente tiene con una mano una bottiglia di
vetro che contiene l'alimento da testare, mentre con l'altra mano
spinge contro la mano dell'esaminatore. La percezione da parte di
quest'ultimo di una riduzione della forza muscolare indica una risposta
positiva e pertanto un'allergia o intolleranza nei confronti dell'estratto
contenuto nel recipiente. Alternativamente la bottiglia può
essere posta sul torace del paziente o vicino allo stesso, senza
tuttavia che avvenga un contatto diretto fra l'estratto di cibo
e il soggetto da esaminare (48,49). La modificazione della forza
del muscolo scheletrico sarebbe espressione di un'inibizione o di
una facilitazione delle trasmissioni neuro-muscolari legata all'allergia
alimentare (50,51). Peraltro non è mai stato documentato
un interessamento dell'apparato scheletrico in corso di reazioni
allergiche (52). Inoltre il fatto che l'allergene non sia posto
a diretto contatto del soggetto ma con l'intermezzo della bottiglia
esclude ogni possibile spiegazione razionale. Coloro che propongono
il test usano parole magiche come "campi energetici" o
" stress epatico" per giustificare i risultati (52). La
procedura, assolutamente atraumatica, trova proseliti soprattutto
in coloro che temono gli aghi. Alcune varianti del test sono ancor
più bizzarre: la diagnosi in età pediatrica viene
fatta al genitore prima con in braccio il bambino e poi da solo,
ed ogni differenza fra i due test è attribuita al bambino.
Evidenze scientifiche
Un unico studio che ha utilizzato un disegno in doppio cieco
non ha dimostrato alcuna specificità e riproducibilità
del test (53). In un altro studio le risposte al test kinesiologico
sono state correlate ad alcuni parametri immunologici quali il dosaggio
delle IgE specifiche, immunocomplessi per IgE e IgG nei confronti
di 21 alimenti. Questi test confermarono, secondo gli Autori, il
risultato del test kinesiologico in 19/21 casi (90,5%) (54). Tuttavia
il parametro che correlava maggiormente era rappresentato dalle
IgG, recentemente destituite di alcun significato diagnostico nell'allergia
alimentare (55).

Test del riflesso cardiaco-auricolare
Si basa sull'assioma, peraltro scientificamente mai provato, che
se la sostanza cui il soggetto è allergico viene posta alla
distanza di 1 cm dalla cute il riflesso auricolare-cardiaco (che
viene descritto dall'agopuntura) determina una modificazione del
polso radiale, che viene sfruttata nella diagnosi di allergia. Come
test si utilizzano estratti liofilizzati di alimenti posti in speciali
filtri. Con questa tecnica è possibile testare 50 alimenti
o altre sostanze chimiche in 15 minuti. Non esiste alcun presupposto
teorico scientifico al test né studi che ne abbiano studiato
la validità.
Pulse test
Una teoria che indicava l'allergia in grado di modificare la frequenza
cardiaca è alla base di questo semplice test, nel quale la
frequenza cardiaca viene monitorata in presenza dell'allergene (56).
Sorpredentemente il test è ancor oggi proposto e ancor più
sorpredentemente alcuni soggetti credono al suo risultato. La dose
test allergenica può essere somministrata per iniezione,
per bocca o per inalazione. Non è mai stato standardizzato
l'intervallo di tempo fra l'applicazione dell'allergene e la successiva
modificazione del polso. Tuttavia una modificazione di almeno 10
battiti/minuto è considerata una risposta positiva, anche
se non c'è unanime accordo fra gli esaminatori se sia significativo
un incremento o una diminuzione o entrambe. Peraltro non esiste,
alla luce delle attuali conoscenze patogenetiche delle malattie
allergiche, un razionale a questo test
Non esistono studi che abbiano valutato il test o lo abbiano confrontato
con test standard.
Test elettrodermici (EAV elettro agopuntura secondo Voll): Vega
test, Sarm test, Biostrenght test e varianti
Razionale
Questo tipo di diagnostica è utilizzata da alcuni decenni
in Europa e più limitatamente anche negli Stati Uniti. Si
è sviluppata a partire dalle osservazioni dell'elettroagopuntura
secondo Voll sulle variazioni del potenziale elettrico in relazione
al contatto con alimenti "non tollerati" o "nocivi"
(57,58). Ha il suo presupposto teorico nella "Medicina Funzionale"
che si propone come sintesi fra lo studio del mesenchima e dei sistemi
di regolazione endogeni, la visione energetica dei Meridiani attinta
dalla Medicina Tradizionale Cinese e le concezioni dell'omeopatia,
a costituire un potenziale "ponte" fra Medicina Tradizionale
e Complementare (59). Il presupposto teorico fondamentale è
che sia possibile leggere i potenziali elettrici cellulari, tissutali
e distrettuali e che dalla variazione di questi e dalla rapidità
di trasmissione dello stimolo elettrico sia possibile ricavare indicazioni
sul pH e sul corretto funzionamento metabolico dei distretti interessati
(60). Esistono molti tipi di apparecchiature bioelettroniche non
convenzionali che funzionano in modo differente, ma in comune hanno
in genere alcuni elementi:
a) l'utilizzo di impulsi elettrici o elettrici a basso voltaggio;
b) la lettura delle resistenze elettriche cutanee come parametro
di valutazione delle funzioni d'organo;
c) la ricerca di disequilibri e blocchi funzionali distrettuali,
espressi come variazioni della conducibilità elettrica cutanea,
come causa di malattia;
d) l'applicazione di svariate frequenze elettromagnetiche in grado
di modificare la conducibilità elettrica misurata. In tutti
questi sistemi l'organismo viene a trovarsi in un circuito attraverso
il quale sono fatte passare deboli correnti elettriche (dell'ordine
di circa 0.1 V, 7-15 mA, 7-10 Hz) oppure specifici stimoli elettromagnetici
ed elettronici.
L'uso di apparecchi apparentemente sofisticati fa nascere nel paziente
l'opinione che tale diagnostica sia sorretta da una avanzata tecnologia.
Peraltro il principio che una reazione allergica modifichi il potenziale
elettrico cutaneo non è mai stato dimostrato. Tecnicamente
si applica un potenziale elettrico alla cute e si osservano le modificazioni
della resistenza cutanea in presenza dell'allergene, posto in una
fiala (inserita nel circuito dell'apparecchio) alla concentrazione
abituale o estremamente diluito. Le variazioni del potenziale cutaneo
vengono registrate con una sottile sonda metallica posta in contatto
con la cute in punti che corrispondono ai punti di repere dell'agopuntura.
Le differenti aree esaminate forniscono diverse informazioni circa
le diverse manifestazioni allergiche e i diversi allergeni.
Evidenze scientifiche
Applicazione frequentissima di queste metodiche è rappresentata
dalle malattie allergiche. Vari studiosi hanno uniformemente osservato
l'incapacità di tali metodiche di identificare gli allergeni
responsabili per cui tale campo di applicazione dovrebbe essere
escluso (61-64). Un solo studio suggerisce l'uso di questa diagnostica
nelle allergopatie (65). E' significativo il fatto che uno degli
Autori di questo studio abbia successivamente pubblicato, su ben
più prestigiosa rivista (62), conclusioni opposte alle iniziali
(65). Alla luce di questi risultati sperimentali appare ancor più
sorprendente il fatto che una ASL come quella de l' Aquila abbia
inserito il Vega-test tra gli accertamenti sanitari erogabili dal
Servizio Sanitario Nazionale (66).
Biorisonanza : diagnosi e terapia
La biorisonanza si basa sulla convinzione che l'essere umano emetta
onde elettromagnetiche che possono essere buone o cattive. La terapia
con biorisonanza usa un apparecchio che è considerato in
grado di filtrare le onde emesse dall'organismo e rimandarle "riabilitate"
al paziente. Onde patologiche vengono rimosse con questo processo
e in questo modo può essere trattata una malattia allergica
(67-68). Sfortunatamente è stato dimostrato che l'apparecchio
in commercio non è in grado di misurare quel tipo di onda
elettromagnetica coinvolta. Due studi recenti, effettuati in doppio
cieco non sono stati in grado di dimostrare alcun valore diagnostico
o terapeutico della biorisonanza sia in soggetti adulti con rinite
allergica (69) che in una popolazione pediatrica affetta da eczema
atopico (70).
Analisi del capello (Hair analysis)
Razionale
L'analisi del capello viene utilizzata in campo allergologico
secondo due modalità. Nella prima viene identificata un'eventuale
intossicazione da metalli pesanti (mercurio, cadmio) o una carenza
di oligoelementi (selenio, zinco, cromo, magnesio, manganese) cui
segue una terapia sostitutiva (71). La presenza di un eccesso di
metalli pesanti è stata posta in relazione con alcune patologie
pediatriche come la sindrome ipercinetica del bambino. Sebbene a
scopi medico-legali la presenza di questi metalli nel capello indichi
una recente esposizione (72), il concetto che una patologia allergica
sia ad essi correlata è del tutto speculativa. La seconda
modalità di utilizzo di campioni di capelli del paziente
utilizza le variazioni della frequenza di un pendolo. La metodica
appartiene pertanto più alla sfera della magia che della
Medicina.
Evidenze scientifiche
In uno studio è stata valutata la riproducibilità
di questa metodica. Sono stati analizzati campioni di sangue e capelli
di soggetti allergici al pesce e di controlli negativi. Questi campioni
numerati e in duplicato venivano sottoposti al cytotest e all'analisi
del capello. Nessuno dei 5 laboratori consultati è stato
in grado di diagnosticare l'allergia al pesce ma piuttosto sono
state rilevate allergie ad altri alimenti cui i soggetti non erano
allergici. Inoltre il campione dello stesso soggetto ha dato luogo
a risultati diversi nei diversi laboratori e nello stesso laboratorio
nelle due valutazioni (73). Un'analoga ricerca svolta con la stessa
metodica dell'analisi del capello effettuata negli Stati Uniti e
che ha coinvolto 13 laboratori commerciali che dichiaravano la loro
metodica come in grado di valutare una varietà di patologie
è giunta alla conclusione che il test non è scientifico
e costituisce una perdita economica (74).
Diagnosi allergie alimentari IgG-mediate.
Razionale
Benché la possibilità di un ruolo delle Immunoglobuline
di classe G (IgG) nel determinismo di alcune forme di allergia alimentare,
quelle in particolare con disturbi cronici e sfumati, possa essere
ipotizzata, essa rimane tuttora un problema aperto. Rispetto alle
forme IgE-mediate , caratterizzate da una stretta correlazione temporale
tra intake dell'alimento e insorgenza del quadro clinico di tipo
"tutto o nulla", la produzione delle IgG richiede tempi
più lunghi per portare alla comparsa di titoli significativi.
Nel caso delle forme IgG-mediate il meccanismo patogenetico sarebbe
strettamente dipendente dalla formazione di immunocomplessi (antigene
+ IgG), dalla quantità dell'alimento introdotta e dalla frequenza
con cui avviene l'assunzione. Pertanto la diagnosi di allergia alimentare
IgG-mediata appare difficile perché non correlata al tipico
rapporto causa-effetto che si dimostra nelle forme IgE-mediate.
L'assunzione ripetuta e periodica di alimenti , anche a piccole
dosi, potrebbe portare al mantenimento di titoli elevati di IgG
con successiva formazione di immunocomplessi. La diagnosi di allergia
alimentare IgG-mediata poggia sul dosaggio dei livelli anticorpali
mediante metodica ELISA ( Enzyme-Linked Immunosorbent Assay) su
piastre contenenti allergeni alimentari adesi. Attualmente, tale
test presenta alcuni limiti di accuratezza, specificità ,sensibilità
e riproducibilità correlabili a numerosi fattori, quali la
tecnica di costruzione delle piastre, il metodo utilizzato per il
fissaggio degli allergeni nei pozzetti e la qualità degli
allergeni alimentari e dei reagenti. Secondo i sostenitori del ruolo
delle IgG nelle allergie alimentari (definite "hidden"
e "delayed") anche i quadri clinici si discosterebbero
da quelli classici IgE-mediati comprendendo : sindrome del colon
irritabile, emicrania, rinite cronica, astenia cronica, depressione
e poliartralgie.
Evidenze scientifiche
In alcuni studi condotti su animali e nell'uomo è stata
riscontrata la presenza di IgG circolanti specifiche per alcuni
alimenti (75-78). Pur non potendo negare la possibilità di
un'allergia alimentare IgG-mediata, vanno però dimostrati
sia il ruolo causale di questa classe di immunoglobuline nel determinismo
delle allergie alimentari , sia la riproducibilità e la standardizzazione
delle metodiche diagnostiche impiegate.
Discussione
L'analisi
della letteratura riguardante questi test proposti dalla Medicina
Alternativa Complementare per la diagnostica allergologica, prevalentemente
alimentare ci suggerisce una serie di riflessioni e ci pone altrettanti
interrogativi. Una prima constatazione viene dal fatto che la maggioranza
di questi test hanno decenni di vita e che hanno già avuto
risposte (negative) già parecchi anni fa circa la loro attendibilità.
Questo è un fenomeno certamente strano ed in controtendenza
con la Medicina Tradizionale nella quale si privilegia, talvolta
anche esasperatamente, la ricerca dell'indagine più recente,
nell'ottica di un progresso diagnostico. Un altro elemento di riflessione
è che gran parte degli studi (favorevoli) vengono da medici
non specialisti, talvolta cultori della Medicina non convenzionale,
che sono pertanto privi di una cultura della branca.
Questo ha come conseguenza carenze concettuali oltre che strutturali
nella pianificazione e nell'interpretazione dei risultati, che inficiano
le conclusioni. I presupposti razionali, pur accattivanti dal punto
di vista filosofico non sono mai chiaramente dimostrati sul piano
scientifico e pertanto viene a mancare un sicuro razionale al test.
Ma l'aspetto più preoccupante è rappresentato dalle
possibili conseguenze dell'abuso e dell'adeguamento di questo tipo
di diagnostica. In età pediatrica infatti è stato
documentato un deficit nella crescita in bambini erroneamente ritenuti
allergici ad alimenti e che erano stati sottoposti ad inutili restrizioni
dietetiche (79). Questo problema può poi sfociare in quadri
drammatici, potenzialmente fatali quando i risultati di un test
alternativo sono utilizzati in età neonatale. Abbiamo infatti
descritto un quadro quasi mortale di anasarca in una bambina di
6 mesi, causato da una dieta incongrua decisa dalla madre sulla
base dei risultati di un test leucocitotossico (80).
Nell'adulto pur meno drammatico deve essere attentamente considerata
la rilevanza che i risultati di questi test impongono sulla vita
di relazione o sulla qualità di vita. Infatti sovente questi
soggetti sono costretti a diete incongrue per periodi molto lunghi
ed è resa quasi impossibile una normale vita sociale. Ma
ancor più subdolo, ma potenzialmente molto più grave,
è il rischio di un ritardo diagnostico. Non dimentichiamo
che la visione dell'allergia alimentare come responsabile di un
grande ventaglio di sintomi e patologie può trovare erronee
risposte nelle false positività di questi test e non imporre
in tempi congrui una corretta diagnostica differenziale. Inoltre
non bisogna dimenticare che la convinzione da parte del paziente
di un'allergia alimentare nasconde frequentemente un disagio psicologico,
che trova erronea risposta nelle positività riscontrate al
test alternativo (81-86). Un aspetto particolarmente importante
nell'attrarre il paziente è la relativa semplicità
dei test accompagnata da spiegazioni semplici, facilmente accessibili
anche al non addetto ai lavori, oltre che la totale assenza di invasività.
Questo suggerisce ancora una volta il ruolo centrale del rapporto
medico-paziente e la necessità di una pianificazione chiara
dell'iter diagnostico, che fornisca adeguate spiegazioni all'indicazione
del test, alla sua esecuzione, ai potenziali limiti dello stesso.
E' inoltre necessario che il paziente sia adeguatamente informato
dell'esistenza di test alternativi, illustrandone in modo chiaro
e comprensibile le attuali conoscenze scientifiche.
Sul piano speculativo esiste forse una necessità più
etica che scientifica di dare una risposta a questi test, dal momento
che fonti autorevoli hanno già dato un significativo giudizio
(82-87). Sta al medico utilizzare e far conoscere l'opinione di
questi esperti, valorizzandone il peso scientifico. Infine in un
momento in cui lo sforzo del mondo medico è volto a documentare
scientificamente quanto produce, in cui faticosamente si cerca di
passare da un "opinion" ad un "evidence" based
medicine appare francamente sorprendente e per lo meno molto discutibile
la decisione di alcuni amministratori e tecnici pubblici di inserire
questo tipo di diagnostica fra gli accertamenti erogabili dal Servizio
sanitario Nazionale (66). In fondo sono soldi di tutti anche nostri
e in tutte le necessità della Medicina Pubblica crediamo
ci siano ben altre e sicure priorità.
Bibliografia
1) Matricardi PM. L'epidemia di allergie ed asma nel XX secolo.
Quali cause ? Asma Allergia Immunopatologia 2000; 103: 5
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